Settori giovanili

Settori giovanili è vera gloria?

Settori giovanili è vera gloria?

Le società di calcio investono davvero nei settori giovanili o si tratta solo di un biglietto da visita? Un’analisi sulle difficoltà dei giovani talenti ad emergere, il ruolo delle seconde squadre e il coraggio di puntare sui propri giocatori.

Domande e risposte rapide

  • Perché i settori giovanili non producono più talenti per le prime squadre?

    Spesso i giovani vengono scartati con la scusa che "non sono pronti", mentre si preferiscono prestiti da club più grandi per ragioni economiche.
  • Le seconde squadre sono davvero utili alla crescita dei giovani calciatori?

    In teoria sì, ma spesso i migliori giocatori vengono venduti senza mai debuttare nella squadra madre, rendendo le seconde squadre un mezzo per generare profitti più che talenti.
  • Cosa servirebbe per valorizzare davvero il settore giovanile?

    Più coraggio nel lanciare i giovani in prima squadra, meno dipendenza dai prestiti e maggiore coerenza tra le dichiarazioni dei club e le loro scelte di mercato.

Tante società, anche professionistiche, quando si presentano e svelano il proprio programma, spendono volentieri tante belle parole sul settore giovanile. Dichiarando che sarà una priorità da gestire, sulla quale investire per riallacciare i rapporti col territorio e patrimonializzare il club.

Discorsi che fanno subito centro sui genitori, che ambiscono a portare i loro figli in ambienti organizzati professionalmente, sugli enti locali, che naturalmente vedono di buon occhio un lavoro fatto in casa, ed anche sugli imprenditori che sperano di vedere i loro soldi investiti bene per il futuro. Non sempre però le cose vanno secondo i propositi iniziali.

Molto spesso, infatti, si assiste a dirigenti che abbandonano la nave accusando che le cose hanno preso una piega diversa, o addirittura a club che sono costretti a chiedere soldi alle famiglie per chiudere degnamente (nel senso di senza debiti) la stagione.


Le società puntano davvero sui settori giovanili?

Siamo allora così sicuri che le società puntino davvero sui settori giovanili o è solo un biglietto da visita senza riferimenti precisi? Quanti giocatori, di fatto, cresciuti nel vivaio locale vengono poi fatti debuttare in prima squadra?

Molto pochi, spesso con la giustificazione del fatto che "non sono pronti" oppure "non sono all'altezza". Ma siamo sicuri che chi arriva in prestito da club importanti lo sia davvero? O magari arriva solo perché non costa nulla o, peggio, accompagnato da una manciata di quattrini per farlo giocare?


Un tempo era diverso?

Vale la pena allora fare un passo indietro. Fino agli anni ‘80 le società avevano rose ristrette, più o meno uguali ai giocatori rappresentati negli album delle figurine Panini. Gruppi di 16 giocatori, massimo un paio in più.

In caso di squalifiche, infortuni o emergenze, si ricorreva ai ragazzi più promettenti dei settori giovanili. Non c'era paura di lanciarli, si lavorava con ciò che si aveva e il lavoro degli allenatori del vivaio aveva un senso.

Oggi, invece, molte società fanno fatica persino a convocare per il ritiro precampionato i migliori ragazzi delle Primavere o degli Allievi. Così, a 19-20 anni, questi giovani si illudono giocando nei dilettanti come quote oppure, giustamente, decidono di studiare e tenere il calcio come hobby.


Il ruolo delle seconde squadre

Un discorso a parte meritano le seconde squadre. Spesso i giovani non restano abbastanza tempo per crescere: molti vengono prestati alle prime squadre falsando i campionati, e pochi rimangono nella casa madre.

L'esempio della Juventus Under 23 è significativo: in rosa aveva giocatori come Soulé, De Winter, Illing Junior e Fagioli. Ma quanti sono rimasti in prima squadra? Quasi nessuno, eppure giocano tutti tra Serie A, Serie B o in campionati stranieri. Evidentemente, l’obiettivo principale è economico più che formativo.


Ma allora, mancano talento o coraggio?

Un tempo i talenti come Del Piero, Totti, Balotelli, Buffon, Rivera, Rossi e Cabrini non avevano bisogno delle Under 23 per affermarsi. Venivano lanciati con coraggio e si prendevano il loro spazio.

Non sarà che la cronica mancanza di talenti nel nostro calcio dipenda anche da questo? La domanda è aperta, ognuno tragga le proprie conclusioni.

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a cura di Alberto Sogliani

Alberto Sogliani è nato e vive a Mantova, dove svolge le professioni di insegnante e giornalista sportivo. Attualmente è collaboratore del quotidiano “La Gazzetta di Mantova”, in precedenza per “La Voce di Mantova”, “Corriere dello Sport-Stadio” e “La Gazzetta dello Sport”. Ha inoltre partecipato a molte esperienze giornalistiche della sua città: in particolare è stato redattore per il periodico “Noi”, con articoli di sport e di costume, e collaboratore per Mantova Tv, dove ha curato per qualche tempo il telegiornale sportivo. Spesso è invitato ancora come opinionista in trasmissioni radiofoniche e televisive, oltre che come moderatore in convegni a carattere sportivo. Nel novembre del 2018 ha ricevuto il premio “Cristian Ghirardi-Un calcio per i giovani”, alla memoria, dedicato a chi promuove lo sport ed i suoi valori.

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